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La signora e suo marito passeggiano spediti. Lei ha in mano un mazzo di fiori: vanno verso un momento che di certo non conoscerò.

Due uomini poveri chiacchierano tra di loro dandomi le spalle. Si stanno raccontando a vicenda una storia che parla di una dinastia ormai distrutta. Le loro parole che non sento hanno l’odore di una spezia lontana. Sono seduti quasi al buio, immersi nella loro oscurità indiana.

Due commesse chiudono a chiave la porta di un negozio dal fallimento probabile.

Un ragazzo con una t-shirt anonima stringe un prezioso rotolo Bristol: il suo scrigno del Giovedì sera.

Mio nonno, da qualche parte, mangia un pomodoro spalmato sul pane.

Io sto tornando a casa mentre un orologio segna le ventisette e ventisette.

Di un tempo che non esisterà mai.

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Out of the Inkwell

E poi mi levi luce
perché sai che son capace
e poi mi levi vino
pecchè si’ nu figlio ‘e bucchino…

– “è ancora vivo Pino Daniele?”, ci avrebbe chiesto poi un’improbabile guida francese tra le curve scure dell’autostrada marsigliese. Il tramonto ci incollava ai sedili del nostro autobus, mentre la domanda spiazzante e le finali accentate acceleravano la nostra sudorazione.
Era come se, all’improvviso, ci trovassimo in un giallo svedese o in un romanzo di Giorgio Faletti. Respiravamo dondolando, come se fossimo cullati dalla barca marcia di Fabio Montale.

Ci fu una lunga pausa. Eppure uno tra noi due avrebbe dovuto dirglielo, raccontarle davvero cos’era successo a Pino.

Le avremmo dovuto dire di sì, che Pino era morto. Ucciso da un folle americano da due lire.
Forse avremmo potuto rendere meno dolorosa la notizia, se fossimo riusciti a racchiudere la storia in un quadrato da tre o quattro pollici. Se fossimo riusciti a filtrarla un po’.

E allora… era andata più o meno così…

Fu un anno Amaro, il 1977. Ad uccidere Pino era stato Hefe Brannan, un giovane dal profilo basso. Un tipo decisamente Lo-fi. Si dice abitasse sulla Mayfair Avenue di Chattanooga, un posto assurdo del Tennesee poco lontano da Nashville. Quell’anno a Chattanooga faceva un freddo terribile. C’erano temperature da zero assoluto. Zero Kelvin. Hefe aveva passato i migliori momenti della propria adolescenza disteso sul divano a guardare i cortometraggi di Max Fleischer. “Out of the Inkwell” si chiamava quella serie di lavori degli anni ’20 che amava tanto. Eppure guardarli era stata una noia incredibile.

Era un ragazzo con delle strane abitudini, Hefe. Sognava di dedicare la propria vecchiaia alla pétanque, come sarebbe stato detto poi in una canzone scritta qualche decennio dopo. Uno dei suoi idoli era un modesto personaggio del secondo ottocento americano: Adolph Sutro. Probabilmente Adolph era stato un uomo meticoloso, ma quasi certamente un tipo da poco conto. Fu anche il sindaco di San Francisco, forse.

A Settembre Hefe arrivò in Europa su di una vecchia nave arrugginita, che per chissà quale assurdo motivo aveva trascorso parte della propria storia nautica sul fiume Hudson, nello stato di New York. Originariamente era stata battezzata come “Toaster“, ma tutti amavano definirla come “the earlybird rise of Walden Willow” in ricordo del primo capitano della nave, Walden Willow -appunto-, che era noto per le proprie erezioni mattutine.

L’assassino di Pino era riuscito a comprare un biglietto di sola andata per la Spagna. Un vero affare, nonostante la rotta assurda della Toaster: si trattava di una crociera sbilenca che sarebbe approdata a Napoli dopo una prima tappa a Valencia: nel prezzo del biglietto era incluso anche un weekend sulla Sierra Nevada e il porto valenciano era il più vicino a quella zona. Due giorni in montagna praticamente inutili, prima dell’approdo in Italia.

Pochi giorni prima di partire per l’Europa, Hefe decise che sarebbe stato lì il posto dove realizzare il suo sogno: uccidere qualcuno. Avrebbe ucciso uno spagnolo o, probabilmente, qualche italiano. Per farlo, però, avrebbe avuto bisogno di un’arma. E allora fu proprio il giorno prima di salpare che Brannan comprò l’ultimo modello di una pistola prodotta da una misconosciuta azienda statunitense: una micidiale X-Pro II, versione Normal (la Special costava 250 dollari in più, che Hefe preferì investire in cartucce).

Sarebbe stato un gioco da ragazzi uccidere una persona. E sarebbe stata una cosa velocissima, roba di un Instagram.

Arrivato a Napoli sparò a caso tra la folla, uccidendo Pino.

Napul’è mille culure.
Vedo Napoli e tu muori.

Il mio me

La luce ti gira intorno abbracciandoti forte.
Come una corda con la sua trottola.
E da una panchina piantata nella roccia nasce un arcobaleno che ti finisce nel cuore.
La canna di una pistola si arrotola su se stessa tra i tuoi seni.

Perché la pace comincia sempre dal petto.

Ti guardo e so, fino all’ultimo istante del mio me, che vivo per viverti.

Davanti ai Pollock Holes, quando comincia a piovere, voglio essere la tua giacca a vento bianca.

Our heads are Automated Teller Machines.

A quasi trent’anni capisci che durante le pause, a lavoro, c’è chi mangia la mela con la buccia e chi senza.

Durante il pranzo dei bambini, in mensa, ti accorgi che ci sono quelli che l’arancia la mangiano a spicchi, senza buccia e altri che preferiscono succhiare gli spicchi, tenendo su la buccia.

A quasi trent’anni ti scopri ad origliare dai muri, per sentire i vicini litigare. Ti sforzi di sentire cosa stiano dicendo. Ma del resto urlano, quindi lo sforzo non è poi così grande.
Tra una parola e l’altra capisci che i problemi degli sconosciuti sono simili ai tuoi.
Un po’ come le cifre sulle bollette.
Tra una parola e l’altra, alla fine, ti sembra che siano i muri ad urlare. Forse sono solo loro, ad avercela con te.
A quasi trent’anni muore Nelson Mandela, ma del resto ti è bastato averlo avuto anche per così poco.
Certe volte non ho ancora capito se siamo noi a star diventando grandi o gli altri a star diventando vecchi.

Mmm…
A ventotto anni scopri che per tutto questo tempo ti hanno fatto credere che l’equinozio di autunno cada ogni anno il 21 Settembre. Cazzata. Cade il 23 (sperando non si faccia troppo male).

Ferramenta e supermercati, bancomat e fruttivendoli. Il tempo perso su Facebook.
Per infiniti modi di morire.
Palloni e scale a chiocciola, regali di Natale e grassi saturi. Il tempo senza spazio.
Un solo modo di nascere.

Disegnare sui muri, molto meglio che riempire un’agenda.
Ammazzare un benzinaio per risparmiare qualche centesimo.
Self service.
Scaricare un Ipod sempre con lo stesso pezzo.
Out of service.

Mentre non ascoltiamo un album su cd da parecchio, il mondo ci cambia sulla testa.
Mentre non masterizziamo più una compilation da secoli, l’autoscatto cambia nome in “selfie”.

La la la la…
we’re so happy.

Numeri

Tremilasessantotto giorni, centouno mesi, otto anni.
Milioni di facce.
Migliaia di chilometri.
Pochi, irrevocabili addii.
Molti arrivederci e tanti “benvenuto”.
Quattro mani.
La musica di una volta, per armonie armate e perfette.

Qualcosa del genere, per essere di nuovo qui.
Qualcosa del genere, a due a due, per dare i numeri.